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Internazionalizzazione

Internazionalizzazione in piena crisi pandemica

Internazionalizzazione

Internazionalizzare la propria impresa in piena crisi economica non è facile ma al tempo stesso non impossibile; vediamo perchè.

Nonostante tutto è tempo di gestire il cambiamento generato da questi rischi.

Bisogna reagire creando quel senso di urgenza e quella visione per il cambiamento, incorporando di conseguenza il cambiamento all’interno della cultura aziendale.

Infatti, quale migliore opportunità di una crisi per testare la capacità di leadership di imprenditori e manager che, di fronte alla sfida, hanno solo due possibili comportamenti: il primo è quello di dare la colpa al Covid e aspettare l’evolversi degli eventi con il rischio di fallire. Il secondo è quello di (sicuramente il migliore!) rimboccarsi le maniche per innovare e disegnare un nuovo modo per sviluppare new business.

Occorre comprendere innanzitutto i nuovi comportamenti dei consumatori e i cambiamenti in atto nei mercati. Capire le relative conseguenze su business model, vantaggio competitivo e value proposition.

In breve, la strategia deve puntare alla capacità di reazione e di adattamento ai nuovi cambiamenti al fine di sopravvivere nel nuovo scenario globale del business.

Il business riprenderà alle condizioni di una nuova rinnovata normalità solo per quelle aziende che saranno pronte e preparate a cavalcare il cambiamento.

Coloro che saranno pronte a trasformare la cultura aziendale per le nuove esigenze dei mercati, per affrontare mercati che risulteranno essere più competitivi e selettivi. Nonostante la situazione complessa che stiamo vivendo non bisogna scoraggiarsi nel ramo dell’internazionalizzazione.

Bisogna tenere ben presente questi 3 elementi per affrontare i mesi avvenire:

  1. Caratteristiche e contraddizioni del Bel Paese

L’Italia è una delle otto principali economie mondiali, ma tra queste è anche quella che negli anni è cresciuta meno. Guardando all’export, l’Italia si piazza in ottava posizione tra paesi esportatori considerando la quantità. Sale però al secondo posto, dopo la Germania, se consideriamo le esportazioni pro-capite. Questo significa che siamo un paese esportatore tra i più forti, ma che paghiamo il prezzo di una serie di fattori strutturali e di contraddizioni interne, tra cui la parcellizzazione del tessuto economico. A questo si aggiunge una fortissima propensione al risparmio e una generale tendenza alla cautela. L’unica variabile positiva registrata negli ultimi dieci anni è rappresentata dall’export.

Non è un caso che oggi il tema torni alla ribalta e venga messo al centro delle scelte politiche e di investimento a sostegno del paese.

  • Made in Italy: un brand dall’enorme potenziale

Dal secondo dopoguerra in poi, il “Made in Italy” si è confermato come un marchio che garantisce qualità, autenticità e senso dello stile. Dopo Apple e Coca-Cola, è considerato il terzo brand più famoso al mondo. Un potenziale enorme, che un numero crescente di imprenditori è riuscito, nel corso dei decenni, a legare ad un concetto di high value apprezzato ovunque.

  • L’approccio manageriale che manca nel nostro paese

Con la crisi da Covid-19 sono venuti al pettine i veri nodi endemici che penalizzano il nostro sistema paese. Da un lato la parcellizzazione in migliaia di micro imprese e la sostanziale carenza di capitalizzazione. Dall’altro l’inadeguatezza delle competenze manageriali rispetto al mutare dei mercati.

La maggior parte delle imprese italiane ha sempre adottato una politica manageriale empirica, basata sulla progressiva esperienza sul campo. Oggi la complessità dei mercati e il post Covid-19 portano con sé la necessità, e non solo l’opportunità, di internazionalizzarsi, e di farlo con metodo. Se poi all’empirismo aggiungiamo anche una sorta di cronica mancanza di predisposizione alle regole e in generale al metodo, si comprende come uno dei paesi con una struttura industriale, manifatturiera, più forte al mondo, perda comunque competitività e faccia fatica a valorizzare appieno ciò che da ogni dove ci viene riconosciuta come la nostra capacità di produrre, di innovare e realizzare prodotti. Per un sistema industriale troppo spesso product oriented è necessario un cambio di rotta. Oggi il “solo” prodotto non è più sufficiente per competere. Vendere sui mercati internazionali, oggi, significa adottare politiche di internazionalizzazione e non più solo di esportazione. All’Italia non manca capacità imprenditoriale, ovvero fare impresa, produrre con qualità, innovare il prodotto.

a cura di Giuseppe Giorgianni

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